Freddie Mercury, 80 anni: quando una voce diventa casa

Il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe compiuto 80 anni. Era nato a Zanzibar il 5 settembre 1946 e a Montreux, la città che scelse e amò, il suo compleanno sarà celebrato ancora una volta con una festa ufficiale dedicata a lui e alla raccolta fondi per il Mercury Phoenix Trust.

Potrei partire da qui. Dalla ricorrenza, dai Queen e da ciò che Freddie Mercury ha significato per la musica. Ma per me sarebbe impossibile. Perché quando penso a Freddie penso a mio babbo.

Era il suo idolo. E io sono cresciuta con la musica dei Queen dentro casa e nei lunghi viaggi in macchina, prima ancora di poter decidere consapevolmente che quella musica sarebbe diventata anche mia.

Oggi mio babbo non c’è più, materialmente. Ma come Freddie è ancora qui, per sempre.

Freddie Mercury è entrato nella mia vita prima che potessi sceglierlo

Ci sono musiche che scopri e poi ci sono quelle che erediti. Non sai nemmeno indicare il momento preciso in cui sono entrate nella tua vita perché erano già lì. Facevano parte della quotidianità, delle persone che amavi, di quello che sentivi provenire da una stanza mentre eri impegnata a diventare te stessa.

Per me i Queen sono questo. Sono Freddie, certo. La voce impossibile, il pianoforte, l’eccesso, la teatralità, quella maniera di occupare il palco come se fosse stato costruito soltanto per aspettare lui.

Ma sono soprattutto mio babbo che li amava. E forse è per questo che non sono mai riuscita ad ascoltare Freddie Mercury soltanto come una delle più grandi voci della storia del rock. Nella sua voce, per me, ce n’è sempre stata un’altra. Quella di casa.

Sono cresciuta, ho comprato dischi, accumulato vinili, ascoltato altra musica, trovato i miei artisti, cambiato gusti mille volte. I Queen sono rimasti. Non perché fossero intoccabili. Perché erano radici.

Quando una canzone smette di appartenere a chi l’ha scritta

La musica entra nella nostra vita come qualcosa che appartiene ad altri e, a un certo punto, non appartiene più soltanto a loro. Freddie può avere scritto e cantato una canzone in circostanze lontanissime dalle nostre.

Può averle dato un significato preciso, averla registrata in uno studio dall’altra parte del mondo decenni fa. Poi quella canzone arriva in una casa. Si lega a una persona. A una domenica, un viaggio, una risata. A qualcuno che alza il volume. E da quel momento cambia proprietario.

È per questo che alcune canzoni, dopo una perdita, diventano quasi impossibili da ascoltare. Non perché siano tristi. Perché sanno troppo. Conoscono la persona che eri prima. Quella che non sapeva ancora che un giorno quella stessa musica avrebbe avuto un peso completamente diverso.

Da quando mio babbo non c’è più, alcune canzoni dei Queen hanno attraversato esattamente quella soglia. Sono le stesse. Sono io che non lo sono più.

The Miracle, nel mio salotto

L’urna di mio babbo è a casa. In salotto. Non l’ho voluto lontano da me e non ho bisogno di costruire intorno a questa scelta nessuna spiegazione solenne. È mio babbo. Voglio averlo vicino. E vicino a lui ci sono una statuetta di Freddie Mercury e l’album The Miracle. Non sono semplici oggetti ma frammenti di una vita reale.

Guardo quel disco e penso a quanto sia strana la parola miracolo quando hai attraversato mesi in cui ne avresti voluto uno con tutte le tue forze.

E penso anche che forse esistano miracoli infinitamente più piccoli di quelli che invochiamo nei momenti disperati. Una voce che continua a riempire una stanza. Un vinile che puoi ancora prendere tra le mani. Una canzone che per pochi minuti riesce a cancellare la distanza tra il tempo in cui tuo babbo era lì e quello in cui devi imparare a sopravvivere senza di lui.

Non riporta indietro nessuno. Ma custodisce. E qualche volta è già tantissimo.

Forever IS Our Today

Sul braccio ho tatuato il nome di mio babbo. Edos. Accanto, quattro parole: Forever IS Our Today.

Vengono da Who Wants to Live Forever, una delle canzoni dei Queen che su Zest avevamo già attraversato parlando del limite, del tempo e dell’ossessione umana per l’eternità. Una delle canzoni preferite del mio amatissimo babbo.

Adesso quelle parole per me significano qualcosa di diverso. Quando perdi qualcuno che ami davvero, la parola per sempre diventa quasi insopportabile. Per sempre non sentirai più quella voce. Per sempre non entrerà più da quella porta. Per sempre esisterà un prima e un dopo che nessuno potrà ricucire.

Eppure proprio Who Wants to Live Forever contiene una possibilità diversa: Forever IS Our Today. Il per sempre non come un tempo infinito che ci è stato negato. Il per sempre come ciò che è accaduto ed è ormai entrato definitivamente in noi.

Mio babbo non è diventato meno mio perché non posso più toccarlo. Quello che siamo stati non viene cancellato dalla sua assenza. Il presente cambia forma e fa terribilmente male. Ma porta con sé tutto ciò che è stato. Ed è forse questa l’unica eternità che riesco ad accettare.

L’età che Freddie non ha avuto

È strano immaginare Freddie Mercury a ottant’anni. Forse perché è rimasto fissato nell’immaginario collettivo dentro un’energia che sembra incompatibile con il tempo. Freddie sul palco, con la corona e il mantello, che dirige Wembley con un movimento della mano. Freddie che trasforma decine di migliaia di persone in un unico gigantesco coro.

Morì il 24 novembre 1991, a 45 anni. Il 5 settembre, a Montreux, altre persone lo festeggeranno. Ascolteranno la sua musica, brinderanno e racconteranno storie. Per l’ottantesimo compleanno la festa ufficiale è già sold out.

Mi piace pensare che Freddie avrebbe apprezzato il rumore. Ma qui, nel mio salotto, il suo ottantesimo compleanno avrà inevitabilmente un altro significato. Perché guarderò quella statuetta. Guarderò The Miracle. Guarderò mio babbo. E saprò esattamente chi manca.

Buon compleanno, Freddie. Babbo avrebbe alzato il volume

Ci sono artisti che ammiriamo. Altri che diventano parte della nostra biografia senza averci mai conosciuti. Freddie Mercury per me appartiene alla seconda categoria. Non soltanto perché amo i Queen. Ma perché la sua voce è cucita alla voce, alla presenza e alla memoria della persona che ho amato più di ogni altra.

So per certo che mio babbo avrebbe festeggiato e si sarebbe commosso nel sentire dell’ottantesimo compleanno del suo Freddie. E allora il 5 settembre lo farò anch’io. Metterò su un disco. Alzerò il volume.

L’urna sarà lì, come sempre. Freddie accanto. The Miracle accanto a entrambi. E per qualche minuto proverò a convincermi che la musica possa sconfiggere la morte. Non può. Ma può continuare a portare le persone che abbiamo amato dentro il presente.

Forever IS Our Today. Buon compleanno, Freddie.

Questo è per il mio amatissimo babbo.

Irene Tempestini
Irene Tempestini

Giornalista pubblicista, storica dell'arte e Senior SEO Copywriter. Fondatrice e direttrice responsabile di Zest. Vengo da anni di cronaca e inchieste, e da quel mestiere ho imparato a guardare bene prima di scrivere. Faccio parte del Giornalismo Costruttivo, che non si ferma al problema, ma cerca anche risposte e vie d'uscita. Su Zest uso la cultura per interrogare il presente, tra suoni e visioni.

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