Ci sono dischi che invecchiano e dischi che aspettano. 17 Re dei Litfiba è l’album del 1986 che ha aspettato quarant’anni per tornare finalmente attuale. E adesso che lo è, la cosa non consola per niente.
Un disco sulle vittime del potere, scritto da “ragazzacci” fiorentini arrabbiati in un decennio di guerre lontane e leader ingombranti. Sembrava, allora, un grido dentro il suo tempo. Oggi sembra una previsione.
Un disco che parlava del futuro senza saperlo
La cosa che mi colpisce, riascoltandolo, è quanto quel disco non sia affatto datato. I temi che i Litfiba mettevano in fila quarant’anni fa, il potere che manipola, le vite decise dall’alto, la pace trattata come un lusso, sono esattamente le parole che useremmo per raccontare il mondo di adesso. Cambia il telegiornale, non la sostanza.
Non è che loro fossero profeti. È che certe cose non cambiano mai, e ogni tanto qualcuno le dice con abbastanza rabbia da farle restare. Il potere non ha smesso di mietere le sue vittime. Ha solo cambiato volto e linguaggio.
Quando la musica aveva il coraggio di essere scomoda
Ed è qui che il disco mi fa male, nel senso buono. Perché ci ricorda un tempo in cui la musica italiana gridava. Prendeva posizione, disturbava, si arrabbiava per qualcosa che non fosse un amore finito a ritmo di reggaeton. I Litfiba del 1986 non volevano piacere a tutti. Volevano dire una cosa, e la dicevano forte, anche a costo di suonare respingenti.
Adesso il pop italiano macina suoni levigati in serie, canzoni costruite per scivolare via lisce nello streaming e non lasciare traccia. “Bravissimi” tutti, arrabbiati nessuno. È come se la musica avesse smesso di credere di poter dire qualcosa che conti, e si fosse rassegnata a farci compagnia senza svegliarci.
Non è nostalgia, la mia (forse). Rimpiango l’idea che una canzone potesse essere un atto, non solo un prodotto. Che valesse la pena usare tre minuti per gridare e riflettere invece che per rassicurare.
Cosa resta di un grido, quarant’anni dopo
Forse è per questo che i Litfiba sono tornati proprio adesso, a rimettere in scena quel disco. Non credo sia solo un anniversario da festeggiare. È il bisogno di ricordare, a loro e a noi, che si può ancora alzare la voce non solo per un capriccio o perché il moroso mette like alle foto di un’altra sui social.
La domanda vera che 17 Re mi lascia non riguarda loro. Riguarda noi. Perché abbiamo smesso di pretendere che la musica ci dicesse qualcosa di scomodo? Quando ci siamo accontentati di un sottofondo che non chiede niente e non toglie niente? Un disco di quarant’anni fa non dovrebbe essere la cosa più sveglia che ascolto oggi. E invece lo è.
Su Zest la musica la ascoltiamo così, per quello che grida e non per quanto rilassa. Se ti ci ritrovi, resta da queste parti.
Zest / Suoni
Album: 17 Re, Litfiba, 1986. Secondo capitolo della Trilogia del potere.
Ricorrenza: quarant’anni nel 2026, con reunion e tour della band fiorentina
Lettura del presente: un disco sul potere e le sue vittime che oggi suona più sveglio di gran parte della musica attuale. Non nostalgia, ma una domanda: perché abbiamo smesso di pretendere che una canzone dica anche qualcosa di scomodo?
Il rock che prende posizione invece di rassicurare è uno dei fili dei Suoni di Zest. La stessa denuncia dei poteri e delle loro vittime attraversa i dispacci di Underground Echoes, mentre la ricerca di una via d’uscita dall’orrore delle guerre è il cuore della Scala della Fuga di Miró.




