Dal 2 al 12 settembre 2026 il Lido torna a ospitare la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. È l’edizione numero 83, diretta da Alberto Barbera, con Maggie Gyllenhaal presidente della Giuria internazionale e Ink di Danny Boyle scelto come film d’apertura. Fin qui, la cronaca.
A noi però interessa un’altra cosa: a cosa serve ancora il cinema in un tempo in cui guardiamo e dimentichiamo immagini dalla mattina alla sera?
Film, serie, reel, fotografie, video generati dall’intelligenza artificiale, dirette, stories che durano pochi secondi e contenuti che continuiamo a salvare convinti che prima o poi torneremo a guardarli.
C’è qualcosa di paradossale nel celebrare il cinema oggi
Sono le immagini a cercare noi oggi. Entrano nel telefono appena lo accendiamo. Vengono selezionate, ordinate e rilanciate da sistemi che imparano velocemente cosa riesce a trattenerci qualche secondo in più. Una finisce e la successiva è già pronta.
Non c’è quasi più attesa. E soprattutto non c’è vuoto. Forse è proprio per questo che una manifestazione come Venezia conserva un senso che va oltre il red carpet, i premi e la gara per indovinare il prossimo Leone d’Oro.
Il cinema continua a proporre una forma di esperienza diventata sorprendentemente rara: consegnare il proprio tempo a una visione senza sapere ancora cosa ne riceveremo in cambio.
Il cinema ci chiede ancora di restare
Non è una questione di durata. Possiamo trascorrere due ore scorrendo video molto più facilmente di quanto riusciamo a stare due ore davanti a un film. Il tempo è identico. L’esperienza no.
Nel primo caso possiamo interrompere, saltare, accelerare, commentare e aprire un’altra finestra. Nel secondo, almeno quando il cinema funziona davvero, siamo costretti a negoziare con un ritmo che non abbiamo scelto noi.
E questa piccola perdita di controllo è diventata quasi sovversiva.
Lo abbiamo incontrato anche davanti a No. 14, 1960 di Mark Rothko: alcune immagini vogliono tempo. Chiedono allo sguardo di smettere di saltare da un punto all’altro e di accettare che qualcosa possa non rivelarsi immediatamente.
Il cinema, quando non cerca disperatamente di imitare la velocità del feed, può fare la stessa cosa. Può ancora costringerci a rimanere dentro una scena qualche secondo oltre il punto in cui avremmo spontaneamente fatto swipe.
Non è una battaglia tra cinema e smartphone
Sarebbe troppo facile trasformare tutto questo nella solita banalità del “si stava meglio quando andavamo al cinema”. Anche il cinema è sempre stato industria. E le nuove forme dell’immagine non sono necessariamente versioni degradate delle precedenti.
La stessa Mostra del Cinema di Venezia lo dimostra. Accanto al concorso tradizionale esiste Venice Immersive, dedicata a realtà virtuale, realtà aumentata, mixed reality, video immersivi, installazioni e mondi virtuali. Il regolamento della Mostra ammette inoltre opere realizzate anche con il contributo dell’intelligenza artificiale.
Non c’è quindi un vecchio cinema puro da difendere dall’invasione tecnologica. C’è qualcosa di molto più interessante: il linguaggio delle immagini sta cambiando mentre lo stiamo usando.
E Venezia, inevitabilmente, si trova proprio nel mezzo. La domanda non è se il cinema sopravviverà alla tecnologia. È quale parte dell’esperienza cinematografica vorremo portarci dietro mentre tutto il resto cambia.
Quando qualunque immagine può essere prodotta, vedere non basta più
Per decenni abbiamo attribuito alle immagini anche una forma di testimonianza. Quella relazione è diventata molto più instabile.
Nel nostro quotidiano iniziano a circolare immagini che non documentano nulla perché ciò che mostrano non è mai accaduto. Volti credibili di persone inesistenti. Luoghi mai costruiti. Scene generate partendo da poche parole.
Non significa che smetteremo di fidarci di qualsiasi fotografia o film ma che dovremo imparare a guardare in modo diverso. E qui il cinema potrebbe ritrovare una funzione che sembrava quasi secondaria: non convincerci che ciò che vediamo sia reale, ma costruire consapevolmente una visione.
Un film non è mai stato la realtà. È una scelta. Dove posizionare la macchina da presa. Cosa lasciare fuori. Quanto restare su un volto. Quando tagliare. Quale silenzio non riempire.
Nell’epoca dell’immagine potenzialmente infinita, forse l’atto creativo più importante torna a essere proprio quello di scegliere cosa non mostrare.
Dal corpo di Abramović allo schermo: essere presenti è diventato il problema
Qualche giorno fa, partendo dalla mostra veneziana di Marina Abramović, ci siamo chiesti cosa accada a un corpo quando smette di essere semplice immagine e torna a imporre presenza e limite.
Il cinema lavora su una contraddizione simile. Ci mostra corpi che non sono davanti a noi. Eppure può riuscire a renderli più presenti di molte persone che scorrono sullo schermo del telefono per pochi secondi. Non dipende dalla definizione dell’immagine, ma dall’attenzione che siamo disposti a concederle.
Forse il vero conflitto contemporaneo non è quindi tra reale e virtuale, analogico e digitale, cinema e social network. È tra qualcosa che attraversiamo e qualcosa che consumiamo. Tra vedere e passare oltre.
Venezia può ancora permettersi di scegliere
Ogni festival compie un gesto: decide. Seleziona alcuni film e ne lascia fuori migliaia. Costruisce gerarchie. Invita alcuni autori. Assegna premi. Stabilisce per qualche giorno quali immagini meritino più attenzione di altre.
Questa funzione curatoriale assume un significato particolare nell’epoca degli algoritmi. Laddove l’algoritmo tende a mostrarci ciò che pensa possa piacerci, una curatela può mostrarci ciò che non avremmo scelto. È una differenza enorme.
La Mostra di Venezia dichiara ancora tra i propri obiettivi quello di favorire la conoscenza e la diffusione del cinema internazionale nelle sue diverse forme, e la sua selezione comprende concorso, Orizzonti, Venezia Spotlight, classici restaurati e sperimentazione immersiva.
Può piacere o meno ciò che viene scelto. Ma almeno qualcuno compie ancora pubblicamente una scelta e se ne assume la responsabilità. In mezzo all’abbondanza, anche questo è diventato un valore.
Dal 2 settembre Venezia 83 riempirà nuovamente il Lido di schermi, anteprime, divi, critici, fotografie e immagini destinate a moltiplicarsi immediatamente sui nostri telefoni.
Il paradosso è che il suo valore più contemporaneo sarà esattamente l’opposto. Ricordarci che guardare davvero qualcosa significa anche accettare, per un momento, di non guardare nient’altro.




