di Irene Tempestini
Non basta che un oggetto esista. Deve servire. Deve ottimizzare. Deve semplificare la vita, monitorare il sonno, contare i passi, ridurre i tempi, migliorare la postura, aumentare la produttività, ricordarti di bere, respirare, camminare, amare, vivere. Ogni cosa è diventata una piccola manager di se stessa. Perfino una lampada, ormai, sembra avere un piano editoriale.
Che noia mortale
Viviamo circondati da oggetti che promettono di salvarci qualche secondo, qualche caloria, qualche errore, qualche vuoto. Sono tutti lì, in fila, pronti a diventare indispensabili dopo averci convinti che senza di loro la nostra esistenza è goffa, inefficiente, incompleta.
Il tostapane non tosta più, dialoga con l’app. Lo specchio non riflette più, analizza. La bottiglia non contiene più acqua, ti giudica se non bevi abbastanza.
E allora forse è arrivato il momento di dire una cosa semplice, quasi scandalosa:
l’oggetto più interessante del nostro tempo potrebbe essere proprio quello che non serve a nulla.
Non quello rotto. Non quello fatto male. Non quello inutile perché progettato senza criterio. Parlo di un’altra categoria, molto più sottile e molto più intelligente: l’oggetto inutilmente necessario.
Quello che sembra nato per aiutarti, ma in realtà ti costringe a fermarti, a sorridere, a chiederti perché pretendiamo che tutto abbia una funzione chiara, immediata, misurabile.
Il magico mondo dell’inutile
Qui entra in scena il regno meraviglioso del quasi-utile, del geniale ma assurdo, del brillante e improduttivo.
Come l’ombrello per le scarpe, il ventilatore da ramen, il bastone con specchietto per sbirciare dietro l’angolo senza girare la testa, la cravatta con taschina per conservare snack d’emergenza.
Oggetti che sembrano partoriti da una mente febbricitante dopo troppe riunioni su Zoom e troppo caffè freddo. Oggetti che non migliorano davvero la vita, ma la incrinano quel tanto che basta da far entrare qualcosa di raro, il gioco.
Ed è proprio questo il punto. L’inutile non è il contrario dell’intelligenza. È il contrario dell’obbedienza.
Un oggetto che non serve a niente manda in tilt il linguaggio stesso del mercato. Non promette performance. Non offre soluzioni. Non costruisce bisogno. Non si vende bene durante un keynote.
Non può essere raccontato con quelle frasi tossiche che infestano il design contemporaneo: “rivoluzionario”, “smart”, “user-centered”, “game changer”. Un oggetto inutile non cambia il mondo. E per questo, paradossalmente, ci dice qualcosa di molto più vero sul mondo in cui viviamo.
Ci ricorda che siamo diventati una civiltà incapace di tollerare il superfluo. E senza superfluo non c’è cultura. Non c’è ironia. Non c’è arte. Non c’è respiro.
Le cose memorabili non sono sempre utili
Pensiamoci bene: le cose più memorabili della vita, quasi mai, sono efficienti. Una carezza non ottimizza nulla. Una poesia non risolve un problema logistico. Un tramonto è un disastro dal punto di vista della produttività. Una risata improvvisa in cucina, piegati in due davanti a una stupidaggine, non genera KPI. Eppure è lì che ci sentiamo più vivi.
L’ossessione per l’utile ci ha resi più rapidi, forse. Ma anche più sterili.
Abbiamo cominciato a guardare gli oggetti come guardiamo le persone: cosa sai fare, quanto rendi, quanto mi semplifichi la giornata, quanto spazio occupi, quanto consumi, quanto mi servi.
È una mentalità che contamina tutto. La casa diventa una dashboard. Il lavoro invade il salotto. Il tempo libero deve essere di qualità. Il corpo deve essere performante. Persino il riposo deve dare risultati.
In questo scenario, un oggetto inutile è una bomba piazzata sotto l’ideologia della funzione.
Prendiamo un ventilatore minuscolo da agganciare alle bacchette per raffreddare i noodles. È ridicolo? Certo. Serve davvero? Quasi mai. Ma nel momento in cui lo guardi, succede qualcosa. Ti costringe a vedere il nostro delirio da controllo in tutta la sua comicità.
Davvero non possiamo aspettare trenta secondi che si raffreddi il ramen? Davvero dobbiamo progettare una protesi tecnologica anche per la pazienza? L’oggetto assurdo, in questo senso, è più sincero di mille editoriali sul consumismo. Fa una cosa meravigliosa, ci smaschera facendoci ridere.
Ecco perché l’inutile è politico. Non perché faccia grandi proclami, ma perché si sottrae alla tirannia della prestazione. Un oggetto inutile non chiede di essere giustificato. Esiste, e basta. È una forma di insolenza gentile.
Un piccolo sabotaggio del mondo adulto, di quel mondo serissimo che vuole sempre trarre una lezione, monetizzare un’idea, trasformare ogni intuizione in prodotto e ogni prodotto in necessità.
L’inutile, invece, resta libero. Non deve dimostrare niente. Non deve salvarti la vita. Non deve neppure meritarsela.
Ridiamo felici all’imperfezione
Ed è qui che il design torna vicino all’arte. Non quando si inchina all’ergonomia come a una religione, ma quando osa essere eccentrico, poetico, perfino cretino. Quando accetta di fallire la funzione per colpire l’immaginazione.
Quando rinuncia alla perfezione dell’uso per aprire un cortocircuito nello sguardo. Un oggetto inutile è una domanda travestita da gadget. Una provocazione che puoi tenere in mano. Una risata contro il dogma della performance.
Forse ci servono più cose così. Più oggetti che non ci correggano. Più forme che non ci valutino.
Più invenzioni che non pretendano di migliorarci.
Perché siamo arrivati a un punto in cui essere sempre efficienti non è più una virtù, è una stanchezza. E allora sì, rivendichiamolo una volta per tutte: l’inutilità non è un difetto del progetto. È l’ultimo spazio di gioco rimasto all’essere umano.
In un mondo che vuole renderci tutti strumenti, l’oggetto che non serve a nulla compie il gesto più radicale di tutti: ci ricorda che non siamo nati per funzionare. Siamo nati, ogni tanto, anche per perder tempo davanti a una meravigliosa sciocchezza.
Zest Vision | Nota di rubrica
L’idea: osservare oggetti assurdi, quasi utili, inutili e geniali per leggere in controluce la nostra ossessione contemporanea per l’efficienza.
Attualità: in un presente che vuole tutto smart, utile e performante, l’inutile torna a essere una forma di libertà, ironia e resistenza culturale.




