di Riccardo Tronci
“Gonfiate il pallone, gonfiate il pallone. (…) gonfiare il pallone è una bella opportunità. Il pallone deve diventare enorme, puoi anche pisciare nel pallone. Adesso tu stai pensando che stasera torni a casa e non sai dove parcheggiare la macchina. Se è grossa mettila nel pallone. I genitori sono anziani e pure rincoglioniti? Mettili nel pallone. (…) Più rimpinziamo questo pallone e più grosso diventa. Gonfiare il pallone, gonfiare il pallone. (…) Eppure sapete che c’è gente che non vuole gonfiare il pallone. Ci chiedono di sgonfiarlo perchè dicono che prima o poi il pallone esplode, scoppierà e sarà un casino. Cittadini, noi tecnocrati del pallone vi diciamo che è dimostrato scientificamente che il pallone non scoppierà. Pensate che sia una bugia? Certo che è una bugia. Grossa come una casa. Certo che scoppia il pallone, gonfia gonfia alla fine esplode. Ma noi fino all’ultimo secondo prima del botto continueremo a giurare che il pallone non scoppierà mai. E poi scoppierà il pallone e, va bene, sarà un gran casino”.
(Ascanio Celestini, monologo a “The Show must go off”)
Non ci vuole tanta immaginazione. Il pallone è appena scoppiato. E si potrebbe pensare che ci siano persone dedite a capire cosa fare, che le persone più dotate intellettivamente al mondo, i famosi cervelli, riescano ad arginare il problema e a trovare una soluzione coerente. Anni di film hollywoodiani ci hanno insegnato che il grande nemico 
“Waiting for climate change“ è una delle più shoccanti installazioni di Isaac Cordal. Uomini incravattati, vestiti di tutto punto, i “leader” della democrazia capitalista, affrontano ciò che loro stessi hanno creato gonfiando il pallone difendendosi con salvagente, annaspando nell’acqua o nella sabbia. Il mondo capitalista ha definitivamente eroso da solo le sue stesse radici ed è crollato su se stesso lasciando della sua magnificenza appena un ricordo nelle vesti degli uomini. Quattordici sculture galleggianti, per la prima volta a dimensione naturale, affrontano i risultati dei cambiamenti climatici, il pallone è appena scoppiato e “loro” continuano a parlare. É un “loro” da riferirsi alla classe dirigente, ai “leader” che tracciano il cammino, ma che, contrariamente alla storica grafica comunista dei manifesti, non riescono a mostrare un futuro raggiante, ma solo la fine di un percorso che riduce tutti con l’acqua alla gola, oppure dentro a sabbie mobili. “Loro” sono i leader, hanno la responsabilità di ciò che è accaduto e tuttavia appare finalmente cristallino che le promesse erano bugie, che l’orizzonte era solo ad un palmo dal naso, bastava guardare, scavalcare con gli occhi le loro spalle ed i loro vestiti.

Non è un caso che Isaac Cordal sia spagnolo, la sua vena artistica è stata certamente sollecitata dalle lotte intestine alla sua nazione, da quella specie di guerra civile che i ceti medi e medio-bassi hanno dichiarato per mesi ai “leader” che mostravano la via. Il pallone spagnolo è scoppiato e nonostante tutto i leader sono rimasti dove erano, mostrando i muscoli davanti alle critiche, vestendo impettiti gli abiti firmati (“i più corrotti sono solitamente quelli vestiti meglio” dice proprio Cordal in una intervista), dicendo, al massimo, che il pallone ormai era scoppiato e che qualcuno doveva pur ripulire. “I soggetti sono tutti differenti, ma sono tutti uguali. Rappresentano l’idea che abbiamo avuto tutti un’educazione industriale, con gli stessi ideali, la stessa cultura, le stesse prospettive dell’altro. In questo caso la scultura è differente, ma uguale ad ogni altra. “
L’uomo calvo e incravattato di Cordal assomiglia vagamente all’uomo con bombetta di Magritte, è uno stereotipo di una classe sociale, eppure non è il solo ad essere rappresentato. L’artista stesso, infatti, invita a guardare non solo le visuali di insieme, ma anche i piccoli drammi, le problematiche esistenziali interne ad ogni miniatura: le tragedie richiedono empatia. É il caso delle installazioni del 2013 in Chiapas, dove i vestiti rimangono, a scapito dei corpi: protagonisti diventano gli scheletri. Come zombie popolano piccoli angoli, abitano buchi e chiedono attenzione dietro a sbarre fognarie, compaiono tra cespugli o si mettono in cammino lentamente verso casa. Il contrasto con i muri colorati non crea spavento, ma stupore. Ancora una volta Cordal va avanti rispetto al tempo, colloca la sua arte dopo lo scoppio del pallone e mostra ciò che saremo, ciò che potremo essere. Gli effetti collaterali dell’evoluzione dell’uomo vengono mostrati in piccole miniature, scorci che aprono porte su altri mondi, parlandoci di storie comuni, talvolta ridicole e ironiche, talvolta grottesche e amare. “Sono molto interessato nell’humor– dice egli stesso- nella critica e nell’ironia. L’humor comune può diventare un’arma molto interessante“.


